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Pomodoro di San Marzano, una riflessione tra visione locale e scienza globale

Contributo a un importante e attualissimo dibattito in corso sul ruolo delle biotecnologie in agricoltura

di: Maria Cristina Antonucci - Ricercatore in Scienze Sociali, Cnr

Pomodori appena raccolti, in cassetta

Pomodori appena raccolti, in cassetta

Quando si affronta il tema del rapporto tra settore agroalimentare e nuove biotecnologie verdi, ovvero destinate all’agricoltura, sembra di trovarsi di fronte a due scuole di pensiero contrapposte e radicate idee e visioni del mondo non conciliabili. Da un lato viene descritto il recupero, paziente e complesso, della tipicità agricola, improntato ad una visione locale che si articola sulla coltivazione e la proposta di alimenti come frutto della cultura e della identità del territorio. Questa dimensione locale, anche definita a chilometro zero dell’agricoltura, viene spesso sigillata nella propria originalità da certificazioni di denominazioni di origine controllata e da disciplinari di produzione, volti ad accertare la conformità di prodotti agricoli e trasformazioni alimentari ad una tradizione locale che costituisce il vero valore aggiunto. Dall’altro lato, si colloca lo sviluppo delle nuove tecnologie di ricerca applicate all’agricoltura. La descrizione che viene fornita del cibo prodotto mediante le biotecnologi è spesso fondata sull’attribuzione di una etichetta globale. In questo senso, i prodotti della terra nati da strumenti e metodi elaborati in laboratori internazionali, in grado di produrre e commercializzare sementi per la produzione di frutta e verdura autenticamente globali, sono considerati globalmente omologati in quanto riproducibili con le medesime caratteristiche in ogni luogo del mondo.


L’approccio tendente ad individuare questi due modelli di business agroalimentare come sistemi giustapposti e radicalmente alternativi necessita di un ripensamento complessivo. Non è credibile operare professionalmente nel sistema agroalimentare basandosi in via esclusiva sugli strumenti di tipo quasi artigianale, sul modello del coltivatore vintage che opera sul territorio secondo le modalità per generazioni. Al tempo stesso non è praticabile, nemmeno in ragione degli elevati tassi di resa forniti dai territori trattati con le biotecnologie verdi, una forma di coltivazione ad uso alimentare intensiva globale, disgiunta dalle tradizioni della coltivazione, della produzione, della lavorazione del cibo. Eppure è uno dei prodotti più caratteristici della tipicità, della dieta mediterranea e della nostra identità gastronomica italiana che ci consente di cogliere la possibilità di sintesi delle due posizioni, segnalando la via glocale, così accuratamente definita da Roland Robertson negli anni '90 come interdipendenza tra scenario globale e contesti locali, alla produzione agroalimentare: il Pomodoro San Marzano.


Tale importante elemento della tipicità italiana, regolamentato da un apposito disciplinare del 2001, si trova in una situazione di attacco da parte di alcune virosi sul territorio di coltivazione di origine. Come segnalato da Francesco Sala, biotecnologo vegetale e professore di botanica generale e biochimica vegetale alla Statale di Milano, “il San Marzano, indispensabile su spaghetti e pizza, rappresentava il 20% della produzione di pomodoro in Campania. Un virus l’ha distrutto. Oggi è sceso a meno dell’1%”. E se il calo fisiologico delle coltivazioni in Campania a causa della diffusione del virus ha fatto migrare la coltivazione verso la Puglia, regione peraltro dotata di una tipologia di terra non idonea a garantire le medesime qualità organolettiche della versione D.O.P. del pomodoro di San Marzano, la risposta per la tutela della tipicità agricola locale sarebbe disponibile attraverso le nuove biotecnologie verdi. Con l’inserimento di un solo gene di natura esclusivamente vegetale, sarebbe possibile sviluppare il primo Pomodoro San Marzano in grado di resistere allo specifico virus. O forse è meglio dire: sarebbe stato possibile, visto che il 12 luglio scorso è stato firmato dai Ministri De Girolamo, Lorenzin e Orlando il Decreto che vieta la coltivazione del mais Ogm in Italia, chiudendo la strada alla coltivazione, sia per motivi di ricerca sia per motivi agricoli, di ogni tipo di organismo geneticamente modificato. Si tratta di una decisione di chiusura totale, che non prende in considerazione aspetti importanti legati allo sviluppo del settore agroalimentare, quali la possibilità di impiegare le biotecnologie vegetali, strumento globale ma declinato localmente, in particolare, nel caso specifico del pomodoro San Marzano resistente ai virus, grazie ai brevetti della ricerca pubblica e nazionale per venire in soccorso alle tipicità locali italiane, che chiaramente non interessano alle grandi multinazionali delle sementi per il limitato volume di mercato, rispetto alle grandi cifre globali di mais, colza e cotone Ogm. Pensare alle biotecnologie agricole in quest’ottica è un esercizio di riflessione che sicuramente non fa male a chi decide delle nostre politiche agricole.




Local Genius
www.localgenius.eu
18 novembre 2013

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